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Graziano Pellè, storia di un semidio

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Scontro tra uomini e dei, ricerca dell’immortalità, peripezie e viaggi in luoghi remoti e al confine del mondo sono tòpoi della favola mitica, ma anche dell’epica sportiva
di Marcello de Bonis



“Lo sport è nella sua sostanza archeologia dei miti […]. Lo sport è diventato l’ambito di una mitologia profana […]. Il ruolo sociale di base dello sport consiste nel fatto che esso offre all’uomo di oggi una mitica soluzione dello scontro tra vita e morte e che le rappresentazioni sportive sono palcoscenico di una morte rituale e simbolica e dell’eterno ritorno della vita.”
(Ivan Čolović, Campo di calcio, campo di battaglia, 1999).

Come ogni mito che si rispetti, anche il nostro ha una struttura ad anello: parte da Troia e a Troia termina. “Parte” nel vero senso della parola, perché Idomeneo, nipote di Teseo, dopo aver preso parte all’inganno del cavallo, torna in patria, ma trova il trono usurpato e “parte” allora per il Salento. In quella zona che prenderà il nome di Magna Grecia, Idomeneo fonda Lecce. Tre millenni più tardi, in quella terra già semidivina per origine, nasce un altro semidio, anche lui bellissimo come Idomeneo, Graziano Pellè.

Il padre putativo si chiama Roberto, e nella vita di tutti i giorni è un rappresentante per una ditta di torrefazione del caffè, ma il padre biologico è il dio del Calcio. Come Teti, madre di Achille, conosce il destino funesto che attende il figlio e cerca invano di tenerlo lontano dalla guerra, educandolo al canto e alla musica, anche Doriana, madre del Pellide (sì, con due “L”), lo indirizza vero la danza, disciplina nella quale il ragazzo si disimpegna molto bene. In bacheca ha persino un titolo italiano di latino, liscio e standard.

Ma nella giovinezza di Pellè c’è anche il padre, che fa conoscere a Graziano il calcio, come il centauro Chirone insegna ad Achille l’arte del combattimento. D’altronde per uno che si chiama Graziano in onore di “Ciccio” Graziani, membro onorario dell’Olimpo Calcistico , e il cui cognome ricorda tanto uno dei pochi umani, forse il più grande, ad essere riuscito ad elevarsi al rango di divinità (Pelè), il calcio può essere l’unico destino possibile.

Così il Pellide prende la sua strada e capisce subito che sarà tutta in salita. Un’Odissea: dopo le giovanili gira 4 squadre (Lecce, Catania, Crotone, Cesena) in 4 anni (dal 2003 al 2007), finchè Louis Van Gaal, signore di eroi, lo nota durante l’europeo under 21 del 2007 e lo chiama alle armi in Olanda, terra ai confini del mondo. Pellè, dall’alto dei suoi 193 cm di altezza, saluta il padre, che lo abbraccia senza scomporsi e gli sussurra: «torna o con lo scudo o sopra di esso».

Dai Paesi Bassi Graziano ritorna effettivamente con lo scudo intatto, ma si lascia aspettare. Milita inizialmente tra le file dell’ AZ Alkmaar come oplite (14 reti in 78 presenze), poi si impone come militare d’élite al servizio del Feyenoord (50 reti in 57 presenze).

Nel 2014 arriva finalmente la convocazione in nazionale da parte del polumèkanos (=dalle molte risorse) Antonio Conte, e quando la patria chiama un vero eroe non può che rispondere. 13 Ottobre 2014, goal all’esordio contro Malta con un tap-in vincente e una traversa colpita di testa. Sulla maglia ha il 17, ma questi sono colpi da numero 9. Numero che infatti indossa esattamente un anno dopo nella partita contro la Norvegia, nella quale va a segno all’82’. Nel giro di un anno, Graziano conquista il titolo di miglior marcatore italiano nella fase di qualificazione all’europeo con 3 goal (il secondo lo fa nella partita di ritorno contro Malta) e si ritaglia posto da titolare negli undici di Conte per Euro 2016.

Nell’aereo per Montpellier, Pellè oltre alla gelatina per capelli (immancabile compagno di viaggio) porta una valigia contenete tutte le sue paure: paura di non essere pronto, paura di deludere i tifosi, paura di mancare un goal a porta vuota o magari di sbagliare un rigore decisivo… Ma un semidio come Graziano non ha tempo per le paure, ha tempo solo per segnare, anche quando lo stesso tempo di gioco volge al termine.

La Italian Goal Machine (così Graziano viene chiamato a Southampton) coordina le azioni offensive della coraggiosa Italia di Conte, smistando verso le fasce o verso l’area avversaria TUTTI i palloni che riceve. Prende posizione egregiamente con il fisico sia sulle palle alte che su quelle rasoterra, e scocca i suoi dardi quando gli avversari sono più vulnerabili, al 90’, quando la fatica e il sudore offuscano la vista.

Ma non dimentichiamo che il destino del Pellide è segnato e come spesso accade, nel massimo momento di gloria, gli dei, invidiosi dei successi degli umani, si abbattono su di loro. 2 luglio 2016, appuntamento con la storia (direbbe Caressa), è Italia- Germania. 1-1 dopo i tempi regolamentari, a niente valgono i supplementari. Si va ai rigori. Siamo sul 2-1 per gli azzurri, dopo due rigori sbagliati da Özil e Müller per la Germania e uno da Zaza per l’Italia.

Pellè

È il turno di Pellè, e gli tocca affrontare un altro semidio, anche lui alto 1.93 m, ma 20 chili più grosso. Manuel Neuer è uno che sul tetto del mondo ci è già salito e vuole tornarci ancora. Siamo di fronte al più classico dei classici non solo del calcio, ma anche della mitologia: il duello tra Ettore e Achille, tra Italia e Germania, tra rigorista e portiere, tra Pellè e Neuer. Da una parte Ettore (Pellè), dall’altra Achille (Neuer).

«Non fuggo piú davanti a te, figlio di Peleo,[…]; adesso il cuore mi spinge
a starti a fronte, debba io vincere o essere vinto»

Pellè posiziona la palla sul dischetto e fissa Neuer, dalla stessa altezza, dritto negli occhi.

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Poi quel gesto, forse hybris, forse paura, forse ingenuità, forse desiderio di rivalsa.

«Fallito! Ma dunque tu non sapevi, Achille pari agli dei,
no affatto, da Zeus la mia sorte; eppure l’hai detta.
Facevi il bel parlatore, l’astuto a parole,
perché atterrito, io scordassi il coraggio e la furia.
No, non nella schiena d’uno che fugge pianterai l’asta, ma dritta in petto, mentre infurio,
hai da spingerla,
 se un dio ti dà modo. Evita intanto questa mia lancia
di bronzo: che tu possa portarla tutta intera nel corpo»

Graziano lascia partire il colpo.

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«Ma Achille pure balzò.»

Fuori.

Il Fato si compie: Achille consegna ai social il corpo già straziato di Pellè. È il triste epilogo dei miti, degli eroi tragici, di chi non riesce ad afferrare l’immortalità dopo esserci andato vicinissimo, di chi ha i libri di storia aperti, ma non fa in tempo a mettervi il proprio nome sopra, di chi arriva troppo vicino al sole come Icaro.

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«Sono arrivato che non ero nessuno, vado via che non sono nessuno, avessi segnato invece ora sarei un fenomeno».

Ti sbagli Graziano, forse non sei entrato nella memoria collettiva, ma dalla nostra non esci più. Sì perché se a Leonida furono necessari 300 opliti per ottenere la gloria, a noi di WBR™ basta un solo vero numero 9, figlio di un dio, per sognare.

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