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Nota cruda, a margine degli eventi di Parigi

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Sopravvivere nell’Europa del pensiero debole, vittima del terrorismo e di se stessa.
di Benedetto Lamacchia Acito


Premessa: non sono stato in grado, nonostante ripetuti tentativi, di scrivere qualcosa di composto. Spero che il lettore possa trovare parole più consone ad un funerale collettivo sui social network o nelle omelie del giorno.

Chissà come ci dipingeranno gli storici che avranno il compito di raccontare la nostra epoca. Se fossi uno di loro, partirei da questa immagine: decine di cadaveri disseminati in un teatro parigino. E forse mi fermerei qui, perché aggiungere qualcosa significherebbe togliere molto alla disarmante efficacia di questa spiegazione.

Credo sia per via di un pressante senso di colpa che affligge gli intellettuali della nostra società se oggi riusciamo a non ritenerci all’altezza di regimi ben al di sotto della nostra statura etica. Viviamo nel regno del pensiero debole: ci rallegriamo se possiamo ogni tanto rievocare le crociate medievali come esempio della nostra intrinseca bestialità e stigmatizziamo ogni attacco ai gruppi terroristici che operano oggi in Palestina.
Sarebbe impietoso ricordare in questa sede la miserabile gioia che accompagnò le primavere arabe e i patetici tentativi di vedere in queste i germi di moderne democrazie.

È questo il macabro trionfo di coloro che si sono affidati a questa chiave di lettura del mondo: potranno ora snocciolare davanti alle bare tutti i precedenti storici in cui il Medio Oriente è stato depauperato per far fronte alla sete di petrolio e di potere. Chissà se qualcuno dei defunti farà ammenda e si batterà il petto per tutte le volte nelle quali avrebbe potuto fermare un bombardamento NATO, e non l’ha fatto per occidentale pigrizia.

È paradossalmente anche il trionfo dei nazionalisti più accesi, che iniziano già a pregustare le città militarizzate, i coprifuoco, i proclami in tv a reti unificate. Parigi è stata la prima a realizzare questo sogno, ma a giudicare dalle strade deserte e dai negozi chiusi di ieri mattina pare che nessuno abbia avvisato i parigini che hanno da essere felici di questo.

Dovremmo essere rincuorati del fatto che ora lo Stato ridurrà l’incertezza propria di ogni umana esistenza infilandosi in tutti gli orifizi disponibili nel nome della pubblica incolumità, così come dovremmo sentirci felici all’idea che tra non molto avremo una nuova guerra alle porte del continente su cui poter pontificare a nostro sfavore.

Eppure vi è in me un senso di profonda inquietudine di fronte a tutto ciò, dai post gongolanti di Salvini a Repubblica che oggi apre con un filosofo francese che dice di temere sopra ogni cosa Marine Le Pen, è un teatro dell’assurdo che tenta per l’ennesima volta di spostare l’attenzione dai problemi alle chiacchiere; ed è lacerante il sospetto che tutto questo sia in realtà razionale, fisiologico, lucidissimo meccanismo di autodifesa messo in piedi per nascondere a noi stessi la tragica realtà: la disintegrazione dell’idea di Europa nell’entropia del mondo contemporaneo.

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