Tecnocrazia

Gli anni ’70 e Landini: prodromi di un esperimento romantico


Torneranno gli anni ’70 e avranno il nome di un circolo dopolavoro. Il romantico tentativo di Maurizio Landini di conquistare la politica nazionale e chiuderla in una DeLorean, e le possibilità che ha di farcela.
di Benedetto Lamacchia Acito


Ci crede con tutto se stesso e spera che Giambattista Vico ci abbia visto giusto: Landini si butta in politica con la teoria dei corsi e ricorsi storici nel cassetto dei buoni auspici. Coalizione Sociale.

Un nome un programma. Unire tutti, ma proprio tutti gli insoddisfatti di questo corso e provare a invertire la rotta. Nuova direzione capitan Landini? Ovviamente indietro, verso quella terra promessa lasciata alle spalle – e sono ormai dei decenni – per il folle volo verso la modernità.

Quelli che c’erano, in questi mitici anni ’70, raccontano con occhi lucidi quel periodo: le associazioni studentesche, i movimenti extra-parlamentari, i pre-pensionamenti di massa, la questione meridionale rinviata a mai più. Ma soprattutto, gli anni del sindacato al tavolo con i politici e i padroni a battere i pugni e a dare le carte. La concertazione. I contratti collettivi. Le manifestazioni di massa. Landini sprofonda nella poltrona e sogna. Al suo risveglio, l’idea: back to the future, e questa Coalizione Sociale in luogo della DeLorean.

Per uno spettatore fanatico delle dinamiche politiche è goduria pura: il Godzilla della Sinistra Arcobaleno di Bertinotti aveva deposto delle uova prima di morire nell’impatto con l’atmosfera della quasi-terza-repubblica. E tutti noi a questo punto ci auguriamo che da ciò non ne derivi un sequel fiacco e brutto come accadde col film del lucertolone.

Com’è questo nuovo regista? Mah, di esperienza non molta, ha fatto il leader della Fiom fino a ieri – per quanto politica e sindacato siano realtà comunicanti come cinema e teatro.
Punti critici? Una evidente avversione-incomprensione dei nuovi strumenti di scena. Scordatevi i social, tanto per cominciare.
Facebook? Pfui, non ho nemmeno una pagina – quando il solo Andrea Giovanni Coiro ne conta almeno tre in suo onore.
Twitter? Non ho colto a cosa dovrebbe servire: mi seguono 2582 persone ma non ho ancora capito cosa vogliano, visto che non ho mai tweetato nulla – che vorrà dire poi, tweet?

landinitweet
Tutta la desolazione in quel “Maurizio Landini non ha ancora twittato”.

Vogliamo azzardare il parallelismo con i sindacalisti rivoluzionari di inizio ventesimo secolo? E azzardiamolo! Anche perché le similitudini sono evidentissime. I sindacalisti rivoluzionari credevano nell’uso del sindacato come strumento-principe di organizzazione delle masse per realizzare la rivoluzione proletaria. Il sindacato quindi intendeva divenire fonte di rottura con il mondo capitalista tramite mobilitazioni di massa dei lavoratori, blocco delle contrattazioni, scioperi frequenti e improvvisi e altre forme di boicottaggio; tutto ciò avrebbe condotto ad una crisi irreversibile del sistema e ad una riformulazione della società in chiave socialista.

Anche Landini, in effetti, beh, senza dubbio… voglio dire, ha lasciato il sindacato per fare un partito, e poi vuole ritornare al sistema delle contrattazioni ad oltranza degli anni ’70, e dice – a DiMartedì, nella puntata del 9 giugno scorso – che gli scioperi non sono serviti a nulla negli ultimi anni. Insomma, è chiaramente… ma sai che forse ci sta meglio la Santanché a braccetto con ‘sti sindacalisti rivoluzionari?

Il programma? Non c’è ancora. E credo che nessuno possa sentirsi di biasimare quest’uomo che sta tentando di estrarre dal pessimismo cosmico e dalla litigiosità condominiale storiche del mancino mundo qualcosa di definito, di condiviso. Se poi non ne verrà fuori nulla di realmente propugnabile nel contesto 2015-Italia-Terra, beh, si vede che non si poteva chiedere di più alla galassia di liste, listini, circoletti e ghirigori del Pianeta Rosso.

Tuttavia, Landini entra nelle nostre case tramite questa o quella trasmissione da un bel po’ di anni, e tutto ci lascia supporre che la proposta di governo sarà assemblata partendo da almeno qualcuno dei suoi cavalli di battaglia. Cosa reclama Maurizio? Innanzitutto, una patrimoniale, perché l’Italia ad oggi è un paese troppo appetibile per gli squali del mercato internazionale, con queste sue aliquote così basse. E se gli investitori italiani decidessero di portare i capitali all’estero? Niente paura! Ha già pensato anche a questa evenienza: blocco della mobilità dei capitali dei privati cittadini.

Tema caldo: il lavoro. Soluzioni: riduzione dell’orario di lavoro e abbassamento della età pensionabile. Ma sì, provate a ragionare: perché alcuni dovrebbero lavorare otto ore e altri zero? Meglio ripartire equamente il fardello; laddove oggi lavorano 50 operai, domani con Landini premier nel lavoreranno 100, con buona pace dei datori di lavoro che dovranno versare mensilmente 50 retribuzioni in più a parità di lavoro. E poi, perché alcuni dovrebbero lavorare fino a cento anni quando altri nemmeno sanno se avranno mai un lavoro? Che vadano in pensione a cinquant’anni, come ai vecchi tempi: largo ai giovani!

Crollo di Bretton Woods, deficit, pantaloni a zampe di elefante, sì, mi sembra già di sentirli nell’aria: tornano gli anni ’70. In effetti, però, ci manca ancora una cosa: un leader audace e carismatico, un uomo del popolo, uno di quelli che non retrocede di fronte alle manganellate, ma che sia attento agli spifferi d’aria e non dimentichi mai di indossare la maglia della salute prima di uscire di casa per distribuire in strada l’ultima edizione della Pravda.

Ehi, Maurizio, non è che vuoi farlo tu, il leader?

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