Tecnocrazia

Perché chiedere più stabilità e più credito al sistema bancario è da schizofrenici



Di cosa parliamo quando parliamo di banche, se mai ne parlassimo davvero. Ovvero, il debole apparato sloganistico dietro il quale la politica nazionale si è rifugiata negli anni di crisi, spiegato a chi fatica a ricordare anche il PIN del Bancomat.

di Benedetto Lamacchia Acito


Quante volte il lettore si sarà imbattuto negli ultimi anni nella strumentale polemica dei politici contro il sistema bancario? Non sarà sfuggito come, in realtà, il lamento che ci accompagna dal 2008 come una sorta di radiazione cosmica di fondo, che nulla produce e nulla intende produrre, ha in realtà subìto una variazione nei temi e nei toni.

Da principio, quando la crisi colpì gli USA, il problema erano ‘i titoli tossici’ e ‘i mutui subprime’; e – a dirla tutta – ci avrebbe fatto piacere se la nenia si fosse fermata a questi primi slogan, dacché poteva sembrare sin qui una fondata, seppur semplicistica, analisi economica. Tuttavia il mondo dei politicanti non seppe resistere alla tentazione di giocare al rialzo, e rivelò il bluff.

Una volta contagiato il sistema europeo, la strategia perseguita fu di ostentare tranquillità, perché il sistema bancario italiano era solido e avrebbe retto; una volta contagiata l’Italia, minimizzare, perché ‘tutti i ristoranti sono pieni’ (ricordate? Parole del nostro ultimo primo ministro eletto dal popolo).

E così, sull’onda di colossali bugie e audaci manovre dilettantistiche, i nostri onorevoli ci traghettarono nell’Acheronte della crisi. Giunti a questo punto, in cui pare – pare! – che tutto sia in via di conclusione, la nuova parola d’ordine è ‘ripulirsi’. No, non ‘crescere’ o ‘riformare’, ma proprio ‘ripulirsi’.

I due milioni di posti di lavoro persi dal 2008 e i quasi duecentocinquanta miliardi di dollari di ricchezza complessiva andata in fumo sono una macchia insopportabile per i salvatori della patria. Di qui la trovata: scaricare ogni colpa.

Come insabbiare, tuttavia, le palesi responsabilità avute nell’ambito della crisi del sistema finanziario, a partire dal pericoloso smottamento del Monte Paschi di Siena, di fatto in mano – su ammissione dello stesso presidente della Fondazione – al Partito Democratico?

Di qui l’idea delle banche brutte e cattive. Banche che prima si gonfiano di derivati e altri trucchi speculativi e poi non finanziano la crescita, laddove il valore della prudenza e degli investimenti nell’economia reale dovrebbero essere unanimemente riconosciuti come il lascito positivo di questi anni.

Ma non è così. O meglio: gli obiettivi sono meritori, ma il come raggiungerli, ancora una volta, pecca di imbarazzante incompetenza e coerenza con le più elementari logiche economiche. Qui di seguito se ne illustrano i motivi.

Prima richiesta: più prudenza negli investimenti

La prima richiesta portata avanti nei confronti del sistema bancario italiano è di una minore esposizione al rischio. L’idea di fondo è che, qualora una banca, per una eccessivo sbilanciamento verso investimenti ad alto rendimento-ergo ad alto rischio-, vada in sofferenza, possa trascinare con sé l’intero sistema, ivi comprese le banche virtuose che hanno saputo rinunciare al premio al rischio per garantire i propri correntisti.

Questa richiesta è già ampiamente soddisfatta da una serie di vincoli già presenti e costantemente monitorati dalle autorità competenti (BCE e Banca d’Italia in primis), i maggiori dei quali sono stati stabiliti dagli accordi di Basilea. Cosa prevedono tali accordi?

Prevedono – in estrema sintesi – che il capitale minimo obbligatorio detenuto dalle banche in forma di garanzia sia proporzionale alla quantità di attività – prestiti a famiglie, titoli, derivati, eccetera – e alla loro rischiosità. In conseguenza di ciò, sarà assolutamente possibile per una banca investire le proprie risorse in attività ad alto rischio, ma l’operazione sarà vincolata all’accantonamento di una quota maggiore di capitale rispetto ad un’altra banca che investirà lo stesso quantitativo di risorse in titoli a basso rischio.

In Italia tale sistema funziona e viene rispettato? Assolutamente sì, come evidenziano i report periodici della BCE sulla stabilità bancaria. Non solo: è in atto un grande tentativo di aggiornamento delle norme sulla sicurezza stabilite da Basilea- e non solo- sulla scorta dell’esperienza maturata nel periodo di crisi mondiale.

Seconda richiesta: più sostegno al sistema produttivo

Focalizzare l’attenzione del dibattito politico sul sostegno al sistema produttivo messo in ginocchio da anni di recessione, dopo decenni di persecuzione tributaria, è oggettivamente un atto meritorio e che andrebbe accolto con la gioia con cui si accoglie in chiesa un convertito.

Richiedere con insistenza che siano le banche a fare tutto questo, invece, meriterebbe lo sdegno collettivo.
In primo luogo, perché è alla base del libero mercato – di cui l’Italia fa parte a giorni alterni – garantire il diritto a ciascuno di disporre delle proprie ricchezze come meglio crede. Né può valere l’idea che le banche siano tenute al perseguimento di obiettivi diversi dalla libera ricerca del proprio massimo vantaggio sulla base del fatto che di recente sono state investite della liquidità proveniente dalla manovra di quantitative easing della BCE: tali risorse non sono vincolate ad alcuno scopo, e la funzione per cui sono state immesse nel mercato è di alleggerire i tassi di interesse sui debiti sovrani e di ridurre la forza dell’euro nel mercato valutario, favorendo le esportazioni.

Ma c’è dell’altro: l’idea della banca che, dedicandosi filantropicamente a finanziare in maniera indiscriminata tutte le imprese, risolve la recessione, è indice di scarsa comprensione delle dinamiche che hanno condotto alla crisi. Il signor Mario Rossi, proprietario di una piccola industria tessile, sarebbe senza dubbio felice di ottenere un accesso al credito più agevole per ammodernare le proprie strutture produttive; va considerato tuttavia che, alla prova del mercato, rischierebbe di non trarre alcun vantaggio da ciò poiché l’impoverimento delle famiglie accumulatosi in questi anni ha ridotto il potere d’acquisto. In breve: che sia prodotta con macchinari vecchi o con macchinari nuovi, se non ci sono compratori, la merce resta in magazzino e le imprese in profondo rosso. La crisi è della domanda, più che dell’offerta.

La conflittualità delle due richieste: nel cuore della schizofrenia politica
Il lettore che, arrivato a questo punto, non sia ancora convinto delle argomentazioni a sostegno della diagnosi, potrebbe provare da sé a collegare in un discorso di senso compiuto le dichiarazioni anti-banche che quotidianamente si odono da parte degli onorevoli, valutandole sulla base dei dati forniti nelle righe sovrastanti. Si richiede più stabilità – ergo un rafforzamento di Basilea e del controllo della BCE?

Bene: ciò significa che le banche saranno tenute ad utilizzare i propri mezzi – ivi compresi quelli provenienti dalla BCE stessa – primariamente per rafforzare il proprio capitale, a tutto discapito degli investimenti nell’economia reale. Peraltro, i prestiti alle imprese sono una delle forme di investimento più rischiose: ciò significa che, a parità di denaro prestato, dovrà accantonarne una quota maggiore come garanzia, e dunque avrà meno risorse da immettere nel mercato.

E non è tutto: in virtù di questa visione le banche sarebbero incentivate a spendere molto di più in strumenti derivati – alias i trucchi speculativi -, prodotti finanziari studiati al fine di ridurre il rischio- checché possano ipotizzare gli inquilini di Palazzo Madama e di Montecitorio.
Richiedere uno sbilanciamento sugli investimenti verso le imprese, invece, produrrebbe il mancato rispetto del principio di stabilità: una tragica amnesia dei sei anni di declino economico appena trascorsi.

In realtà, questo fenomeno secondo cui una alternativa esclude l’altra si chiama ‘trade-off’, ed è un concetto spiegato nelle introduzioni di qualsiasi libro di economia. Se ci fosse una maggiore conoscenza anche solo di questi concetti basilari da parte di chi gestisce le centinaia di miliardi di euro che compongono la cosa pubblica in Italia, vivremmo in una realtà economica radicalmente diversa e- soprattutto- non avrei sentito la necessità di scrivere questa lunga dissertazione.

Link Utili
The World Bank – Definizione PIL e grafico PIL italiano
Corriere della Sera – Così Pd e Pdl si dividevano le nomine di Monte Paschi
Wikipedia – Accordi di Basilea
La Stampa – Berlusconi: Crisi da noi? Ma se i ristoranti sono pieni
Facebook – Sussidiario della Conoscenza

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