Fútbol

Riflessioni di uno zebrone insonne


La Juventus è in finale di Champions League. È una storia bellissima, di sacrificio, programmazione, talento, gol strappati al destino. Una storia che può essere raccontata solo di notte, perché provateci voi a dormire dopo quel gol di Morata.
di Gennaro Tortorelli


Non esiste sensazione migliore di vincere da sfavoriti, dar forma ai sogni cullati in gran segreto e sussurrati a mezza voce, far saltare i pronostici, far ricredere gli scettici, mettere a tacere i critici acritici. Il percorso recente della Juve è tutto all’insegna di questa splendida sensazione, quella della Juve è una storia di Karma, pazienza e perseveranza.

Faceva caldo a Rimini, era agosto e Matteo Paro e Adriàn Ricchiuti firmavano un balneare 1-1 nella prima giornata della serie B 2006/07. Eravamo in pochi ad avere la forza di rinnovare l’abbonamento Sky, di urlare e gioire come si faceva un tempo, pochi ma buoni, questa finale è soprattutto nostra. È la finale dei fedelissimi Del Piero, Buffon, Nedved, Trezeguet, Camoranesi.

Birindelli e Zalayeta in una tarda estate romagnola. Questa storia inizia qui.

Inizia così una lenta risalita verso il calcio che conta, anni bui, ma con qualche sporadica soddisfazione, basti pensare al Bernabeu (stadio del destino evidentemente) che scatta in piedi a rendere omaggio a un signore col 10 sule spalle, alla sua classe e al suo eterno amore per la sua signora. I due settimi posti sono un punto di non ritorno, ma questa, ricordiamo, è una storia di Karma, pazienza e perseveranza.

Arriva il sergente Antonio Conte, arriva un mostro sacro della storia del calcio come Andrea Pirlo e arrivano tante splendide seconde linee, giocatori operai, cuore, grinta e fiato che hanno sempre fatto la storia di questo club, forse più dei nomi altisonanti (vedi alla voce Moreno Torricelli, o vedi Biro Birindelli che converge e la sbatte all’incrocio in un’altra magica notte di Champions League, o ancora il panterone Zalayeta che ammutolisce il Camp Nou).

Ve li ricordate Birindelli e Zalayeta? Cross del 15, gol del 25. Come battere il Barcellona lo insegnano loro.

Tre annate perfette in campionato, sincronie di gioco da manuale, ottimale valorizzazione di giocatori come Vidal e Pogba, sembrava un amore destinato a durare quello tra il vincente mai pago Antonio Conte e il popolo della Juve. La gente era con lui ma la società riteneva esagerate le sue richieste di garanzie tecniche e le sue manie accentratrici. Si vira su Max Allegri.

Max Allegri? Quello esonerato dal Milan, l’acciughina? È proprio quell’Allegri lì? Ma dai…
Saluta un condottiero forte e autoritario, un Napoleone Bonaparte della panchina, arriva uno yes-man dal passato discutibile. «Noi Allegri non lo vogliamo» cantavano i numerosi contestatori. Ma questa, ricordiamo, è una storia di Karma, pazienza e perseveranza.

Un grande dirigente deve saper prendere anche decisioni ardue e impopolari e qui il merito è tutto della lungimiranza omerica di Beppe Marotta, un uomo di calcio, con tanta gavetta alle spalle, intelligente, pragmatico e con un grande staff a supporto.


«Capisco lo scetticismo in un giorno è cambiato l’allenatore a cui erano affezionato. Li conquisterò con il rispetto, i risultati e il lavoro». Parola mantenuta, Max.

E poi l’acciughina. Dietro quel sorriso sornione da buon toscanaccio si cela la mente di un fine stratega, moderato e riformista. Ha gradualmente costruito la sua Juve senza mandare in rovina il lavoro di chi l’ha preceduto, imponendo tre nuovi e decisivi comandamenti: pazienza, tecnica e convinzione nei propri mezzi.

Il quarto successo consecutivo in campionato arriva puntuale e inevitabile data la diffusa mediocrità delle rivali.
Ma per vincere in Europa ci vogliono i campioni e il calcio italiano non se li può mica permettere. Lo scetticismo continua a serpeggiare. Ma questa, ricordiamo, è una storia di Karma, pazienza e perseveranza.

Eppure le partite che contano vengono gestite come meglio non si potrebbe, pian piano il sistema di gioco 4-3-1-2 viene assimilato («le riforme sono partite» direbbe un altro toscanaccio) e i dettami di possesso palla, inserimenti centrali e concentrazione difensiva trasformano la vecchia signora in una squadra a prova di Europa, che si sbarazza di Borussia Dortmund e Monaco e va al sorteggio delle semifinali come l’outsider che tutti vorrebbero beccare, il Real campione in carica è il fortunato vincitore.

Gli dei del calcio, però, ai finali scritti non credono, come impareranno le merengues.
27 passaggi di fila in una perfetta azione corale portano al gol il figlio ripudiato Alvaro Morata, grande colpo di mercato, numero nove puro, dal grande potenziale ancora inespresso.

Ma la svolta della partita e, forse, della qualificazione è una giocata difensiva. E che giocata, un volo d’angelo incosciente e romantico di un ragazzo di ventidue anni che tre mesi prima il Real Madrid lo evitava perfino a FIFA.
Quando Stefano Sturaro (ancora le seconde linee) legge il cross di Isco dalla sinistra, getta il cuore oltre l’ostacolo e rischia tutto in un commovente intervento alla disperata. Il suo scarpino nello slancio sfiora il candido viso di James Rodriguez e devia il suo colpo di testa sulla traversa.

Il folle volo da Ulisse dantesco del giovane centrocampista/ala/terzino/trequartista/migliore in campo bianconero termina nella rete magistralmente difesa dal capitano Gigi Buffon, ma la palla no, è fuori, il pericolo è stato eroicamente sventato.
Un contropiede dell’infinito Carlitos Tevez e la sua freddezza dal dischetto fanno il resto. 2-1.
Ci credono tutti ormai, ma c’è ancora chi dubita. Basta un 1-0 al Bernabeu. Ma questa, ricordiamo, è una storia di Karma, pazienza e perseveranza.


Anatomia di una traversa.

Carletto Ancelotti sa bene come gestire il clima di fuoco attorno alla sua squadra e la prima metà di gara del ritorno sembra dar ragione ai criticoni, 1-0. Rigore di Ronaldo. Ora il crollo psicologico è dietro l’angolo. Ma se uno cresce da enfant prodige nella prestigiosissima cantera madridista, con l’affetto dei tifosi e un futuro in blanco sognato fin da bambino, non esistono i crolli psicologici.
Peccato però che questa palla stoppata di petto e sbattuta in rete dal figlio ripudiato Alvaro Morata sia finita alle spalle dell’ex suo capitano Iker Casillas, ancora una volta il giovane attaccante punisce il suo passato e chi forse aveva creduto troppo poco in lui, il Karma, per l’appunto.

Ora sembra di essere arrivati, che la stagione sia finita, il rischio è quello di accontentarsi, ma a Berlino la Juventus si presenta con 11 capitani. Sì, perché la personalità dei titolari è impressionante.

juventus
Il rombo e i pilastri che lo sorreggono
.

Buffon, eroe del Bernabeu, capitano vero, sicurezza e punto di riferimento per tutti i compagni.
Lichtsteiner, treno svizzero, corre per sette e protesta per dodici, tiene alta la grinta di tutta la squadra.
Bonucci, il regista difensivo, concentrato e spesso decisivo, non conosce la paura.
Chiellini, un lottatore, finisce ogni partita con le gambe che tremano e la maglia sporca.
Evra, un vincente, mentalità da leader, esperienza e voglia di ripetersi, non a caso all’Old Trafford era lui il padrone di casa.
Pirlo, l’artista, geniale e incosciente, può risolvere tutto da un momento all’altro e la Champions League sa perfettamente come vincerla.
Marchisio, il tuttofare, inserimenti, interdizione, impostazione, umiltà e grande attaccamento ai colori, juventino nel DNA.
Pogba, non solo un ragazzo copertina e il talento più cristallino del squadra, ma ha anche grandissimo carisma.
Vidal, il guerriero, non esiste definizione migliore, sa fare quello che sanno fare tutti, ma lo fa meglio di chiunque altro.
Tevez, il vero trascinatore, il jugador del pueblo, porta con sé la forza caratteriale di uno che si è svezzato nel barrio di Fuerte Apache, non esattamente il posto più facile in cui farsi strada senza che la strada ti porti alla rovina.
Morata, il ragazzino sfrontato e talentuoso, che non ha niente da perdere e tutto da dimostrare, lotta corre e soprattutto segna.

Tutti bei discorsi, ma di fronte ai marziani di capitani ne puoi schierare pure 18, con Messi Suarez e Neymar non c’è mai storia quest’anno.
Sì, probabilmente è vero. Ma questa, ricordiamo, è una storia di Karma, pazienza e perseveranza… Fino alla fine.


Fino alla finale.

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