Mondanità

Maccio Capatonda Happened

Mario_2013
What happened? Quando tra vent’anni rideremo per le stesse battute, e fondamentalmente sapremo ridere di noi stessi, sapremo spiegarci perché. A quarantott’ore dall’attesissimo finale di stagione di ‘Mario’, tre contributi individuali e accorati sul perché è impossibile essere nati nei late 90s e non dirsi capatondini.
di Redazione


La fine della teenage, la fine di Mario
di Francesco Lisanti

Questo è il pezzo sulla fine della teenage che non ho mai scritto.
La teenage, lo scrivo per mia madre che mi legge sempre e con l’inglese non è molto fluent, è il periodo della vita che inizia con i tredici anni e finisce dopo i diciannove, numeri che in lingua inglese recano la desinenza –teen, appunto. La mia teenage è iniziata nel novembre 2007 ed è finita qualche giorno fa.
Ho realizzato del salto generazionale che il mio recente ventesimo compleanno avrebbe comportato leggendo Cristiano De Majo.

Questo addio agli anni Novanta (leggetelo) abbraccia Aphex Twin, le sonorità lisergiche, le pasticche, «la malinconia e la cupezza… la solitudine e le potenzialità interiori… la cameretta e lo spazio cosmico…». Il rapporto intimo tra l’esperienza personale e la produzione artistica contemporanea, la cameretta di un adolescente che si fa studio di registrazione e successivamente luogo di consumo, con tutto il senso di immedesimazione che ne deriva. L’effetto che fa ritornarci anni dopo.
«Riascoltando i vecchi dischi di Aphex Twin, […] le emozioni, la nostalgia, le idee si fanno chiare».
«Questa musica esprime molto bene, […] il sentimento di cosa ha significato essere giovani (giovani occidentali) negli anni Novanta».
Un pugno nello stomaco.

La mia teenage è coincisa con la progressiva fine dell’età adulta, con l’espansione dei target e la perfezione ibrida della letteratura young adult, e ora che ne sono uscito non è semplicissimo capire se ne sia uscito davvero. Se tra vent’anni riuscirei a descrivermi attraverso un modello aspirazionale, o se invece sentirò drammaticamente la mancanza del non sentire la mancanza.
Poi in realtà questa storia della fine dell’età adulta non è esattamente come la raccontano loro. Anche noi, per prima cosa, con l’appropriazione culturale non ci siamo andati leggerissimi (fateci caso: la prima sbronza era cosa da adulti, adesso se mia madre esagera con il vino le do della dodicenne). Se poi Soncini vent’anni fa sperimenta con orrore il senso di invasione di campo di scoprire nello studio di suo padre il vinile di un vivente, che i miei mi portassero a vedere Tiziano Ferro perché conoscevano le parole meglio di me era una gran comodità. E i viaggi in macchina molto più piacevoli.


«E sarà bellissimo, perché gioia e dolore han lo stesso sapore con te…» sulla Ionica, stonando molto e amplificando le vocali

Nel 2005 un gruppo di ex-dipendenti di Paypal fonda Youtube, ovvero la Polaroid con cui ripenseremo a questi anni, più della fuga dei cervelli, più di Obama, più dello spread.
Un paio di anni dopo, qualunque mio coetaneo frequentasse Youtube e sapesse navigarci all’interno (oggi vi parrà il Pleistocene, ma a interrogare le barre di ricerca non abbiamo imparato prestissimo – c’era sempre chi rivolgeva le domande di senso compiuto) ti capiva se gli dicevi che volevi fare l’usciere. Se particolarmente dotato di riflessi pronti, ti rispondeva «Il talento non ti manca!» correndo al di fuori della porta.
Erano gli anni in cui dei primi tre tasti del telecomando non sapevamo che farne (non che adesso) e il weekend era tutto quello che ci separava dal lunedì, quando c’era la Gialappa’s in prima serata. Cogliendo brillantemente lo spirito del tempo, ogni puntata di Mai dire era un intervallarsi di contributi video con intermezzi in studio del Mago Forest. Sostanzialmente una playlist di Youtube con un presentatore.
Dietro alcuni di questi contributi video c’era la Shortcut Productions, casa di produzione televisiva milanese fondata da Marcello Macchia ed Enrico Venti, che li rivendeva a Mediaset.

Se il nome Marcello Macchia non vi dice nulla, cercate alla voce Maccio Capatonda. Se il nome Maccio Capatonda non vi dice nulla, avete un problema. (Ripetete il gioco con Enrico Venti, sostituite con Ivo Avido).
I video della Shortcut fanno la parodia ai trailer americani e nel mentre parodiano altre cose: il catastrofismo (in Giammangiato tre amici si ritrovano dopo tanto tempo, i primi due invitano a cena il terzo che rifiuta, e mentre quegli altri piangono lui spiega che è perché ha già mangiato), il letteralismo (in Mobbastaveramenteperò Maccio tira fuori uno spremi-agrumi dalla dispensa e la voce fuori campo dice «Aveva portato alla luce misteri nascosti»), il formularismo meccanico (in Mani In Alto il detective insegue un mostro che uccide con la sola imposizione delle mani e quando lo incastra gli intima, ovviamente, «Mani in alto»). Unite i puntini e ne avrete in risultato le attuali basi della comunicazione.
Io sono di parte, «ci vuole Ben Affleck per fermarmi» me lo rigiocavo nei dialoghi che scrivevo per i recital del mio liceo, ma era finalmente la folgorazione, il riferimento comune, il nonsense elevato a manifesto generazionale, l’algoritmo selettivo.
Era il sollievo di entrare in cucina, esordire con «Dico una cazzata: me la fai un po’ più blu?» e cogliere la perplessità negli occhi di mia madre.
Ero appena diventato un adolescente. Non ero stato capito.


Ogni lunedì, sulla pagina facebook di MTV passano dei video di Maccio e Herbert in macchina. È la migliore self-promotion di sempre. Se la Guzzanti prendesse appunti.

Martedì 25 novembre alle 23 MTV Italia (canale 8 del digitale terrestre, canale 121 di Sky) trasmetterà le ultime due puntate della terza stagione di Mario, dopo che la prima ci è piaciuta tantissimo e la seconda non abbiamo potuto vederla, l’hanno registrata su VHS.
Non serve che vi spieghi cosa vi siete persi, non serve che vi ricordi perché in Italia non possiamo permetterci gli Emmy, e cioè perché avremmo un candidato unico, non serve che mi risparmi la parola genio nell’unico caso in cui è assolutamente necessario tirarla fuori.
C’è Pinocchio che viene assunto come stagista presso la redazione di un importante telegiornale, quando due suoi colleghi vogliono estorcergli delle informazioni si travestono da Gatto e Volpe e lo invitano in un posto bellissimo, in cui non si è costretti a lavorare e i doveri non esistono: il Paese dei Sindacati.
Guardate Mario: è anche molto di più.

Per i quindici anni ho avuto il mio primo computer personale. Ho passato ore chiuso in cameretta a cliccare sui trailer di Maccio, sulle canzoni di Mariottide (sempre lui) per Lo Zoo di 105, sugli episodi di Drammi Medicali o de La Villa Di Lato (esperimenti di serialità prima che arrivasse Mario). Su questo patrimonio di situazioni e citazioni, Maccio Capatonda ha creato il vuoto di cui avrò bisogno tra vent’anni, quando mi ricorderò di quando ridevo. E sarà bellissimo.


Come Maccio Capatonda è finito dalla strafottenza degli albori su Mai Dire alla Kunstprosa televisiva su MTV
di Raffaele Blasone

Sì, io sono uno di quelli che il ‘mipiace’ sulla pagina di Maccio ce l’ha da un pezzo. Quindi nel caso in cui dovesse malauguratamente morire, ho la coscienza in pace: non sarò per me stesso e per gli altri snervante come loro. Dopo questa breve – concedetemela – autolegittimazione giornalistica, veniamo al dunque.
Stiamo parlando della testa (pelata, sì) che nell’ ormai lontano 2006 ha concepito nelle sue imperscrutabili sinapsi roba come Il vecchio conio e Ahia, ma sei scemo?”. Non per caso ho scelto questi due trailer come esempi: oltre ad essere il fan #1 di Rupert Sciamenna (la bellezza mediterranea non invecchia mai), trovo che siano il manifesto della prima comicità di Maccio.

La prima cosa che si capisce è che si tratta di fottute-parodie fottutamente-meravigliose di fottuti-film d’azione fottutamente-americani (ironia ripescata per noi fan-della-prima-ora in una delle ultime puntate dell’ MTG). Il taglio sarcastico è decisamente sottile, forse troppo. Il ‘duedipicche’ che diventa un’occasione, il pugilista che si incazza per il ‘cartone’ (cit. il Bardo Michele Posa) sono messaggi di un linguaggio troppo trascendentale e strafottente per essere capito dal grande pubblico. Tuttavia la genialità che sostiene la fase iniziale di Maccio è innegabile: raccoglie immagini dall’esterno e le traspone su un livello ironico sublime (incomprensibile ai più), grazie al contributo dell’espressività da oscar di attori come Herbert Ballerina, Ivo Avido, il già citato Rupert Sciamenna, Anna Pannocchia e Katherine J. Junior (<3).

 

Katerine_J._JuniorUno sguardo che permea anche nella più impenetrabile delle anime.

Slogan come E se poi te ne penti?, Perché sputi?, Mobbastaveramenteperò o Hoggiammangiato sono diventati l’inno generazionale di gente fortunata che, come me, li ha scoperti attraverso gli occhi di registi del calibro di Ennio Annio. Ma le schiere dei capatondini – sì, ho dato un nome al fan club di Maccio – erano destinate ad aumentare: Mai Dire è per lui il trampolino di lancio verso realtà maggiori, come lo è stato per Aldo, Giovanni e Giacomo, per Fabio De Luigi, per Antonio Albanese. Bop to the top, dritto per dritto.

Inizia per Maccio il periodo di collaborazione con lo Zoo di 105. Inizia anche il periodo di evoluzione verso il modello moderno, quello dell’ MTG. La satira di Capatonda fa trascendere elementi del quotidiano, ma non completamente, a differenza di quanto faceva in precedenza: la chiave di volta è Mariottide. Questo personaggio è nient’affatto lontano dai rapsodi dell’ antica Grecia, perché canta e recita le vicende di tutti per educarli, e lo fa con un linguaggio che si rende sempre più vicino a quello mediatico (sarà quello l’approdo finale, o meglio quello del presente). Lo spettatore capisce che quando ride di Merry Crisi – ve la consiglio, è quasi Natale – ride di se stesso, ride della propria tragedia quando guarda Casa Mariottide.

Tutti quanti vorremmo andare in America a studiare per divenire scienziati, ma nostro padre non c’ha i soldi. E finiamo lavapiatti da Caffè Nero.

Il boom di popolarità di Maccio arriva con l’ MTG, cioè Mario, la serie prodotta da Shortcut Productions per MTV Italia, cioè quando la coincidenza tra soggetto e oggetto del suo sarcasmo coincidono: si tratta dell’ I.M. – italiano medio, per i neofiti – che si rivede nei tipi e nei personaggi rappresentati nei servizi dell’ormai celeberrimo telegiornale. È la vittoria di Ginetto e della logica del suo partito, siamo Tutti Famosi.
Maccio ci conosce, e mentre guardiamo i fratelli Peluria stiamo sorseggiando rumorosamente del brodo, addentando con foga una banana-würstel, prendendo a pugni il televisore per farlo funzionare, (provate La Botta!), insultando con voce profonda e con fonemi storpiati l’amico che ci siede accanto. Siamo lì che guardiamo Ippolito Germer mentre racconta i morbi del povero Sig. Poveracci ingurgitando pillole e tracannando sciroppo per la tosse ad libitum.

L’euforia collettiva della rincorsa al prezzo più basso del discount è tutta nella borsa (non Nasdaq, cfr. l’onnipresente I.M.) che regola il prezzo del ‘shalamone’, raccontata da quella grande gnocca di Jo Cagnaccia. Le snervanti pubblicità di cui è cosparso il nostro amato MTG ci ricordano una grande rottura di palle: la frequenza sempre maggiore degli ad su YouTube.
I servizi-lampo di Amarino Mallo sono tutte le volte che riattacchiamo a telefono («Grazie mille Amarino») o lasciamo squillare a vuoto.
Michelangelo e il suo orologio atomico sono lo stronzetto col maglione a collo alto e con l’iPhone più recente, sono tutte le deadline che lasciamo in Promemoria e cancelliamo rassegnati – non riusciamo mai a stare nei tempi.

La cosa fantastica è che ci riconosciamo in questi personaggi, e a volte li pigliamo per il culo, a volte li siamo: lo spiega bene questo grafico del sempre lucidissimo “Pratese Hipster”.
Ora, lasciate che un alunno del classico faccia sfoggio di un po’ della matematica che conosce. Vedete bene che tra le due rette di equazione y = parodia e y = immedesimazione (gasp, come sono bravo) secondo un certo periodo (cavolo, sono bravissimo) c’è un punto equidistante dalle due rette, e quel punto rappresenta il sarcasmo di qualità, che è necessariamente autoironico a tratti.
Maccio si è inserito tra le due rette e non ci è più uscito, parodia immedesimandosi, costantemente. Questa è la magia della satira che piace tanto a noi capatondini.

Maccio è un genio perché la punchline delle sue battute, dei suoi giochi di parole insensati ti arriva sempre in faccia, dritto per dritto. Non c’è momento della trasmissione in cui un capatondino non pensi: e questa come cazzo l’ha pensata? Porca puttana, Giggi!
Ad ogni stronzata siamo tutto un contorcerci convulsi. Sono tutte – tutte, e dico, tutte – micidiali.


Micidiale! Tits or GTFO, brutto ermafrocita.

L’attesa per il finale della terza stagione – ahimè, la seconda è andata persa perché era stata registrata in VHS – è indescrivibile, ma dovendo trovare un aggettivo, quello che userei sarebbe, indovinate un po’? Micidiale. Quindi vi consiglio di vedere le due puntate. E se non le vedete perché non vi fa ridere Maccio e la sua comicità, giuro che alla prossima proiezione di una cagata di Ruffini & co. – parlo anche ai bastardi che si fanno i selfie con Frank Matano – vi vengo a cercare in sala. E chi s’è visto s’è visto.


La dialettica tele-spettatore
di Gennaro Tortorelli

Chi non capisce la genialità di Mario è un povero illuso, crede davvero che alla fine Ginetto perda le elezioni, che il suo slogan sia solo una boutade, una provocazione e non piuttosto la realtà. Come se davvero noi non facessimo mai caso alla telegenicità delle nostre azioni. Come se davvero fossimo del tutto indifferenti ai vari Nientol. Come se davvero non sgomitassimo tra la folla per la gioia onanistica di un “uè bello uè”. Come se davvero non fossimo tutti famosi (o l’uomo qualcuno per dirla con Caparezza). E chi dice di non vedere la televisione è un alternativo di merda, ignorante represso che non riesce a convivere con la propria attrazione sessuale verso Maurizio Costanzo (<3).

E così non guardi ‘Mario’? Parlami ancora di quella rassegna teatrale del martedì sera.

C’è un Mario buono e un Mario cattivo in ognuno di noi. La vita dell’I.M. è un pendolo che oscilla tra il Floris e l’Enrico Papi, tra lo spread e il moviolone. Siamo tutti SchwarzenHegel. Ma proprio come diceva il meno telegenico dei due il cazzo è l’autocoscienza. E non tutti capiscono di essere incastrati perennemente in un tubo catodico. Renzi l’ha capito e le urne gli danno ragione. Barbara D’Urso (come anche Giletti e molti altri, ma lei è paradigmatica) l’ha capito e riesce ad interpretare con disinvoltura sia il ruolo di Oscar Carogna che quello di Jo Cagnaccia. E mia nonna le dà ragione. L’ha capito con il solito largo anticipo anche il genio di Woody Allen quando dice: «È assolutamente evidente che l’arte del cinema si ispira alla vita, mentre la vita si ispira alla televisione», consacrando così il talento dell’abruzzese Marcello Macchia prima ancora che uscisse il primo trailer con la Gialappa’s. Noi tutti, davanti al piccolo schermo, godiamo della catarsi necrofila e profilattica per poi crogiolarci nell’ineffabile bellezza dell’inutilità, ma saperlo è un bel passo avanti. E il naufragar c’è dolce in questo Mario.

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