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Degli allenatori italiani in attività, solo Fabio Capello e Carlo Ancelotti hanno vinto più di lui, ed entrambi allenavano già quando lui vinceva da calciatore. Il nuovo allenatore dell’Inter è un Vincente, che per convincerci di esserlo ha dovuto sempre schierarsi coi Perdenti. Un viaggio nel tempo sulla scia di Interstellar, e quindi necessariamente altrettanto noioso. Il ritratto di Roberto Mancini, l’uomo che mi ha visto crescere.
di Francesco Lisanti


«Mi fa molto piacere l’entusiasmo perché credo che sia alla base di ogni tipo di lavoro e di ogni vittoria, poi adesso starà a noi riportare entusiasmo, riportare i tifosi allo stadio e soprattutto riiniziare a vincere. Credo che questo sia fondamentale per i tifosi e l’entusiasmo è importante, molto importante.»
(Roberto Mancini, 15/11/2014, conferenza stampa di presentazione)

La bacheca
Roberto Mancini nella sua carriera da allenatore ha vinto troppo, ha vinto in maniera palese, rumorosa, sproporzionata. Ai suoi relativamente giovani cinquant’anni, alle squadre che ha allenato, al valore del suo contratto (sostanzialmente lo stesso di Mazzarri, che invece), alla sua immagine nel sistema-calcio nazionale (amico dei giornalisti, protégé di Geronzi, raccomandato), ma anche ai fallimenti che ha raccolto.
Ha vinto ovunque sia stato, ha vinto alla sua prima esperienza a Firenze, ed è tuttora l’ultimo trofeo in bacheca viola, ha vinto all’Inter, che non vinceva nulla da sette anni e un campionato da sedici, ha vinto al Manchester City, che non vinceva nulla da trentacinque anni e un campionato da quarantaquattro, ha vinto al Galatasaray, nel campionato turco, al netto dei soli otto mesi di permanenza.
Tredici trofei in tredici anni di carriera. Tredici. Carrarese – Pro Patria, ma per davvero.

Scrivo nel timore che alla fine sia l’Inter, questa Inter, a interrompere questa singolarità dell’albo d’oro manciniàno, un po’ come ha appena interrotto la maiesoneratèzza di Mazzarri – anche se va detto che, anche solo come vanto da giocarsi a cena con gli amici, non sia propriamente lo stesso.
Scrivo anche per verificare la validità di quella percezione che mi pare abbastanza diffusa. Può davvero Roberto Mancini essere un allenatore un allenatore così vincente, ma soprattutto: può un allenatore così vincente essere solo Roberto Mancini?

Per spiegarlo meglio, momento social: spontaneamente, se vi dico Guardiola fate un verso, così se vi dico Mourinho fate un verso, se vi dico Ancelotti fate un verso, ma anche se vi dico Simeone (che al momento di coppe ne ha sollevate sette) fate un verso.
Se vi dico Mancini che verso fate? Somiglia più al verso che fate se vi dico Mazzarri? E il coccodrillo? Boh.

La seconda prima conferenza stampa. Mi piace molto quando dice che non parla dei giocatori perché ancora non li conosce, e quando dice che non parla di Calciopoli perché gli piace di più il campo, che il resto «non è veramente importante».

Il presente
Roberto Mancini, dalle 17.29 del 14 novembre 2014, è il nuovo vecchio allenatore dell’Inter.

L’11 giugno 2014 aveva rassegnato le dimissioni da allenatore del Galatasaray, «con il club abbiamo consensualmente stabilito di sciogliere il rapporto di lavoro: come allenatore comprendo le esigenze del mio club, ma quando ho accettato l’incarico di tecnico del Gala gli obiettivi erano diversi».
Nei già citati otto mesi di lavoro sulla sponda europea del Bosforo, Mancini il Vincente infila in bacheca una Coppa di Turchia, che ovviamente il Gala non vinceva da nove anni, e un secondo posto in campionato, «pur partendo da una stagione in parte compromessa», tiene a specificare.

Una cosa divertente che non farò mai più è stata vedermi per intero Galatasaray – Eskişehirspor, la finale della Türkiye Kupası vinta 1 – 0 con una rete al settantesimo di Wesley Sneijder (per completezza, la trovate su Youtube: qui il primo tempo, qui il secondo tempo).
Disclaimer: è una partita di calcio turco. Con questa affermazione non intendo trascinare le convinzioni che le trasmissioni Rai ripropongono con una certa frequenza nel corso delle competizioni internazionali, i tedeschi arcigni, gli spagnoli palleggiatori, i brasiliani funamboli.
Al trentaseiesimo, senza motivo apparente, almeno per me che il commento in turco non riesco a tradurlo, dalla curva del Galatasaray piovono petardi e fumogeni verso il campo che si copre di nebbia, e l’arbitro è costretto a interrompere il gioco per un minuto.
Al sessantaduesimo, mossi da spirito compensativo, i tifosi dell’Eskişehirspor fanno lo stesso, con intensità minore, ma nuovamente gioco interrotto. In più i falli sono tanti, gli errori individuali altrettanti, la partita è lenta e frammentata.

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«La nebbia, la nebbia, sale la nebbia, la nebbia è salita e non si vede più un cazzo» (cit. doverosa)

Come giocava il Galatasaray può essere importante capirlo, certamente più che ripescare i ricordi di un’Inter che con l’Inter attuale non condivide più nessun giocatore, né soprattutto gli stessi obiettivi – operazione che oltretutto ignorerebbe sette anni di crescita personale e professionale del vincente Roberto Mancini.
Il modulo è il 4-2-3-1, con buona pace dei sondaggi Gazzetta e la loro affezione per la scuola giornalistica di Pyongyang. Selçuk İnan agisce dietro l’unica punta Burak Yılmaz, a destra gioca un esterno puro come Sabri Sarıoğlu, a sinistra un esterno atipico, Wesley Sneijder.
Quest’ultima intuizione mi sembra rilevante, anche perché Sneijder è uno di quei giocatori per cui il dove-lo-metti diventa caratterizzante delle scelte di un allenatore e molto spesso anche determinante per i risultati.

Sneijder gioca esterno perché il Galatasaray mi è parso non perfettamente a suo agio con un’elevata intensità, né dispone di giocatori di grande qualità da schierare in mediana, dunque quasi sempre l’uscita della palla passa da lì, dalla catena con il terzino, meccanismo meno proficuo ma meno rischioso.
Wes si ritaglia lo spazio, attira gli avversari, alza la testa e lancia in profondità. In continuazione, senza curare le percentuali, facendolo sembrare un esercizio meccanico per l’irrisoria rapidità di ragionamento. Quando l’azione è sull’altro fronte, appena può taglia verso il centro, e così al settantesimo segna il gol della vittoria.

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L’Eskişehirspor pressa molto bene. Il Gala appena può diverge a sinistra dove è più semplice trovare Sneijder.

L’equilibrio è garantito dall’intelligenza di Selçuk İnan, in moto perpetuo. Copre abbassandosi le iniziative irruenti di Felipe Melo e Sneijder, risolve sovrapponendosi la naturale tendenza ad abbassarsi di Burak per il gioco di sponda. È sempre al posto giusto, un trequartista dinamico, moderno, e passatemi il termine.
In fase di non possesso Selçuk scivola nella posizione di interno sinistro, componendo un 4-1-4-1 abbastanza lineare con Yekta davanti alla difesa. Una mediana a due è sanguinosa, se uno dei due è Felipe Melo – mi compiaccio che Mancini abbia avuto la lucidità di adeguarcisi.

Di brutto c’è una manovra affatto fluida, una serie frustrante di errori banali e scelte individuali rivedibili, con l’alibi di una qualità complessiva della rosa mediocre.
Di bello c’è un solido controllo dello spazio ottenuto attraverso la sinergia dei movimenti, un’elasticità che mette ciascuno in condizione di fare quello che sa fare.
Di bellissimo c’è la vittoria della Coppa. Quella, a Roberto Mancini, non manca mai.

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Galatasaray sempre molto organizzato in fase di non possesso. Se non su palla inattiva, l’Eskişehirspor non risulterà pericoloso.

Il futuro
L’Inter di Mazzarri ha avuto molti problemi. Qui, qui e qui trovate riflessioni molto interessanti che indicativamente esauriscono l’argomento e anticipano qualunque mio tentativo di analisi ulteriore.
Volendo sintetizzare, per i più pigri:
possesso prolungato e sempre sterile data l’incapacità di comunicazione tra centrocampo e attacco con conseguente isolamento di Icardi;
soluzione del doppio mediano riproposta e nuovamente fallimentare per via della scarsa qualità degli interpreti – l’Inter ha sofferto anche quest’anno tantissimo qualsiasi forma di pressing avversario, difficoltà nell’impostazione accentuate con la cessione di Cambiasso;
abbassamento forzato di Kovačić (per i motivi di cui sopra) con inevitabile riduzione della sua pericolosità e aumento della distanza tra i reparti;
onestamente incomprensibile riproposizione di equivoci difensivi e indecisioni sulle marcature, qui non giustificabile con la scarsa qualità;
apparente incapacità di sviluppare altre soluzioni – non è vero che non si è mai vista la difesa a quattro, andando a memoria certamente contro Palermo, Cagliari, Parma: solo è stata giocata senza criterio.


Questa immagine mi piaceva molto e ho voluto rubarla a fabbricainter.com. Dopo tre minuti l’Inter non ha già idea di cosa fare, allora improvvisa un torello con un uomo immaginario mentre Icardi (nel cerchio) osserva perplesso fuori dal campo.

Il quadro complessivo è una squadra in balia delle sovrastrutture, dove appunto – per la prima volta nella carriera di Walter Mazzarri – nessuno è messo in condizione di fare quello che sa fare, o quantomeno di farlo con una qualche funzionalità collettiva.
L’eredità che Roberto Mancini raccoglie, lo si sarà intuito, è il vecchio casolare dello zio di campagna che comunque a volerci ottenere qualcosa andrebbe ristrutturato e non si ha mai troppa voglia. Essendo Roberto Mancini in un certo senso costretto per contratto alla ristrutturazione, ho provato ad immaginare, muovendo da Galatasaray – Eskişehirspor, scenari futuribili per quei calciatori da cui necessariamente ripartire, e che invece fino ad oggi hanno costituito problemi.

•  Problema Hernanes:
Prendo atto che Hernanes sia innamorato del pallone almeno quanto io lo sono di lui, per quanto la tecnica sia elevatissima e sia uno di quei rarissimi casi di ambidestria reale. Hernanes non solo calcia indifferentemente con il destro o il sinistro, porta la palla indifferentemente con il destro e il sinistro. Ai suoi ritmi, certo, ma come tenerlo fuori, considerando anche il cartellino e l’ingaggio. Io rilancio, e dico che Hernanes è il nuovo Sneijder, che con gli inserimenti è bravo, che ad alzare la testa e calciare altrettanto. Aggiungici una rosa che difetta gravemente di esterni, e hai trovato il tuo uomo, l’atipico che più atipico non si può.

•  Problema Kovačić:
Ho il sospetto che questo problema finirà il giorno in cui ci si smette di domandarsi come farlo rendere al meglio e si prova a insegnargli cosa fare per rendere al meglio. Se in testa si ha un trequartista sempre al posto giusto, dinamico, moderno, e passatemi nuovamente il termine, dove altro cercarlo. Suggerendogli che per sfruttare quella progressione palla al piede, l’avversario è meglio averlo a venti metri che a due, accennandogli che cercare la migliore posizione per ricevere è più semplice che andare a rubare la palla dai piedi del compagno di squadra, attaccandogli sull’armadietto un post-it firmato Xavier Hernández: «Pensare in fretta, cercare spazi. Questo è quello che faccio: cercare spazi. Tutto il giorno. Io cerco sempre spazi.»

•  Problema Guarín:
Allo stesso sport a cui gioca da anni Felipe Melo, non può non giocare Guarín. Il gol che decide la finale nasce da un break di Melo che palla al piede dalla propria area si proietta nell’altra metà campo tirando dritto, una breccia tra le linee avversarie che mi ha ricordato l’azione di Guarín che precede il 2-2 di Palacio contro il Torino (qui a 3:17, ma solo a metà). Il sistema Galatasaray consente molto bene a Felipe Melo di spegnere il cervello, o meglio di non accenderlo mai, di lanciarsi aggressivo alla riconquista del pallone senza scoprire il centrocampo, di stabilire incoscientemente il ritmo della partita. Per non vedere mai più una mediana Medel – M’Vila, serve rimettere Guarín al centro del villaggio.

•  Problema Vidić:
Adesso diventa più complesso. La nutrita schiera di opinionisti che ha identificato nel numero di difensori centrali (tre invece che due) l’eufemisticamente difficile avvio di stagione del giocatore deve evidentemente riconoscere in Aronica o Paolo Cannavaro una maggiore sapienza tattica unita ad una migliore capacità di adattamento. Anche a voler considerare questa ipotesi, il sospetto di aver preso una sòla pare sempre più fondato. La soluzione è ignorare questo, questo e possibilmente anche questo e capire che quegli errori si inserivano in un contesto di confusione generale, fare leva sul bisogno che ha l’Inter di Vidić che poi è lo stesso che ha Vidić dell’Inter.

•  Problema Palacio:
Qui la retorica è semplicissima, il trentaduenne senza riposo (questa storia del riposo la ricordo tantissimo associata a Krasić, poi si è dedotto fosse scarso), il fantasma di Neuer, il proverbiale periodonò. Tocca fare leva sulla sua intelligenza tattica e sulla carenza di esterni in rosa per posizionarlo lì, allontanandolo dalla porta e restituendogli la serenità necessaria a non confondere anche Sportiello per il futuro Pallone D’Oro.

•  Problema Campagnaro:
Questo ovviamente non è un problema ma un mio accorato appello. Sono innamoratissimo di Hugo Campagnaro (ho anche la maglia con stampato il suo nome, almeno quando mi presento ai campetti la butto sull’auto-ironia). Ripercorrete il cammino del Napoli nella Champions League 2011-2012, Hugo è fantastico, dirompente, precisissimo. Poiché Pablo Zabaleta prima di incontrare Roberto Mancini non era PabloZabaleta, ovvero un giocatore sempre sul podio nella mia Scala Venerazione, e poiché se a sinistra giochi con Dodô sulla destra un minimo di velleità difensiva vuoi garantirtela, rilanciamo Hugo. È il Paese che lo chiede.

Se siete bravi a leggere tra le righe, avrete intuito che l’Inter che ho immaginato proiettandomi nella testa di Roberto Mancini è la seguente.

INTERtipo Ovviamente invece pare voglia affidarsi ai sondaggi Gazzetta, con il 4-3-1-2 e Vidić in panchina. Non c’è posto per tutti sul lato dei Giusti.

Il passato
«Lo dico per gli italiani perché non credo agli inglesi interessi molto, nonostante abbia ancora quattro anni di contratto, credo che questi saranno gli ultimi due mesi e mezzo da allenatore dell’Inter […] e spero che questi ultimi due mesi e mezzo siano due mesi e mezzo importanti che ci consentano di rivincere lo scudetto e che ci consentano di rivincere la Coppa Italia. Grazie.»

Mentiva ignorando di mentire Roberto Mancini, l’11 marzo 2009, dopo la seconda eliminazione consecutiva agli ottavi di Champions League.
Per prima cosa, agli inglesi interessava discretamente, dato che esattamente nove mesi dopo si ritrova sulla panchina di una ambiziosa società di Manchester. Poi di mesi da allenatore dell’Inter dovrebbero prospettarsene da contratto almeno altri trenta, a partire da ora, salvo qualche clausola di uscita non perfettamente chiarita.

L’attesa per domenica è un doppio cordone intorno al collo. Il primo per capire che squadra sarà, se più o meno del Milan, se si vedranno margini di miglioramento o cattivi presagi. Il secondo per capire l’effetto che fa. Se scenderà una lacrimuccia, se ci ricorderemo e che ricordo ne avremo, se avremo l’allucinazione di Ibrahimović saltargli addosso nella nebbia di gennaio.
«È faticosissimo stare all’Inter. Io sono stato 4 anni lì, ho costruito qualcosa di molto importante, con molta fatica, con tutti i collaboratori, col Presidente, con Oriali, persone che all’Inter tenevano molto ed è stato bello e importante. Però è stata la più faticosa, per questo forse una delle più belle.», dice Mancini nel 2009 intervistato da Stefano de Grandis, e l’idea di ‘costruzione’ è evidente ripercorrendo quegli anni.


Sniff.

La prima Inter di Mancini è stata bellissima, c’era Adriano mai così ADRIANO (ventotto gol), c’erano Cambiasso e Verón a centrocampo, c’erano un sacco di tiri in porta, da qualunque posizione, e c’era l’impressione soprarazionale di poter sempre recuperare, anche al novantaquattresimo, che la sconfitta non fosse di casa (e in effetti era così: tre sconfitte in cinquantotto partite, più una a tavolino), che tutte le partite fossero equilibrate e quindi belle da vedere, contro il Messina come contro il Valencia.
Poi Luís Figo, Walter Samuel, la vittoria in Supercoppa (a tal proposito, aggiungo un dettaglio irrilevante alla pedante discussione: dei cinque incontri tra Inter e Juventus in quei famosi due anni, due vittorie dei primi, un pareggio, due vittorie dei secondi – poi la classifica diceva altro, e la classifica del CONI poi dirà altro ancora, ma l’impressione che ce-la-si-giocasse, ecco, quella c’era).
Erano anni felici, pieni di vecchie glorie a parametro zero, che era comunque meglio di 40 miliardi di lire per Sérgio Conceição, anni in cui saltavano fuori motivi per scendere in piazza che non fossero l’urlare «Ronaldo infame», e due Coppe Italia su due andavano benissimo.
Potevamo conservare la retorica della sconfitta, continuare a pubblicare pamphlet autoironici e regalarceli al compleanno, ma nel frattempo toglierci lo sfizio di tirare fuori la bandiera per una doppietta di Adriano alla Roma. Un’oasi felice.
Un contesto di serenità in cui gravava la macchia del gol di Arruabarrena (che non so voi, ma io più passa il tempo più lo ricordo uguale alla Mano De Dios, bizzarrie della memoria), ma quella era catalogata alla voce Ordinaria Amministrazione.


Mi ricordavo bene, dai.

Roberto Mancini è stato il primo allenatore dell’Inter che ho visto VINCERE (anche due campionati, il primo con tanti record e il secondo con tante emozioni) e mi chiedo se riuscirò a ignorarlo, a contestarne il 4-3-1-2 con cui Honda ed El Shaarawy banchetteranno senza ricordare lo strattone a denti digrignati che gli diede Stankovic dopo QUESTO GOL.
Per farla brevissima, il tag Mazzarri-Derby mi riporta alla sconfitta con zero tiri in porta (Zero. Tiri. In. Porta.), ma soprattutto con Zanetti in panchina.
Javier. Zanetti. Lasciato. In. Panchina. Per l’ultimo derby della sua carriera.
Il tag Mancini-Derby mi riporta al derby più bello della mia vita. E così non ce ne saranno più, neanche quello di domenica. Lo so.

Il derby più bello della mia vita.

Conclusioni
Roberto Mancini vuole vincere, perché ha sempre vinto, e firmando con l’Inter, con questa Inter, sa che sarà difficilissimo.

Per quanto guardarsi indietro sia sempre un’operazione dolorosa, e la polvere accumulata meglio aspirarla subito o almeno nasconderla molto bene, credo sia di decisiva importanza che in queste prime settimane sulla sciarpa nerazzurra Roberto Mancini indossi l’impermeabile giallo, e indaghi le ragioni dell’eclatante fallimento del suo predecessore.
Roberto Mancini prende il posto di un uomo esperto, competente, probabilmente più preparato di lui (questa vittoria netta del Napoli di Mazzarri sul Manchester City di Mancini ne è un indizio), che nonostante tutto si è fermato di schianto lì dove Roberto Mancini si era limitato a constatare: allenare l’Inter è faticosissimo.

«A parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire», cita il Rasoio di Occam, per cui non posso non prendere in considerazione che le variabili del successo di Roberto Mancini non siano misurabili in dati statistici né trasponibili su grafici e tabelle.
Se vorrà ripetersi in questa nuova esperienza, molto passerà dai fattori non numerabili, come serenità, fiducia, entusiasmo. Per questo motivo fa bene Roberto Mancini a ripeterlo e ripeterselo non appena ne ha l’occasione, anche tre volte se serve. Poi basta, alla quarta l’avrebbero scoperto.

Ce l’avevo quasi fatta a non accennare a quell’Inter – Sampdoria 3-2. Non potevo. Bentornato Mancio.

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