Fútbol, Racconti Mondiali

Il Pianista

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Graham Zusi è un giocatore meraviglioso. Graham Zusi è un personaggio meraviglioso. Gli Stati Uniti, però, non se lo spiegano, e si aggrappano a questa fiducia cieca per superare un girone condiviso con Germania, Portogallo e Ghana. I biscotti a bordocampo della mamma, la laurea in counter-terrorism, il letto in cantina di casa Besler e il gol al Panama: anatomia di un comunissimo caso straordinario.

di Francesco Lisanti

«Ci sono voluti 27 anni di duro lavoro per arrivare dove sono ora. Non starò seduto qui a dirvi che non sono sorpreso, o magari sorpreso solo un poco… ma è divertente, perché me l’hanno chiesto così tante persone. Ai miei occhi, non è successo solo in un anno, o in due. Ci è voluta tutta la mia vita per arrivare dove sono ora.»

Non è facile spiegare come si diventi calciatori a ventisette anni, figurarsi per Graham che è lì seduto davanti ad un mucchio di giornalisti.
Non è facile affrontare una nazione culturalmente bulimica, con quella connaturata tendenza a masticare e inghiottire giovani promesse, ad abbronzarsi di luci della ribalta, e dover pure render conto (sorridendo) di come si possa, a ventisette anni, vincere titoli e premi individuali, conquistare una maglia da titolare per il Mondiale brasiliano, se a diciott’anni il proprio nome appariva soltanto fra gli applicanti per i corsi di criminologia e terrorismo internazionale.

In termini di pressione mediatica e aspettative disattese, la parabola di Freddy Adu è una delle più celebri nella breve storia del soccer statunitense. In questo bel pezzo su di lui, Joe Tansey cita il nome di Graham Zusi dopo poche righe. La metafora è di facile lettura, Freddy è stato il 14enne inseguito dagli scout del Manchester United, Graham è il 27enne «che ha trovato la sua strada scalando la piramide del calcio americano». Freddy non è stato convocato per il Mondiale, Graham indosserà la maglia numero diciannove.

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Un fotomontaggio brutto trovato sulla rete. Dovrebbe dare l’idea di come si abbina la maglia-supereroe degli States allo ‘Zusi 19’.

A soccer family
Graham Zusi nasce nell’agosto dell’ottantasei a Longwood, ridente comune di diecimila abitanti nell’area metropolitana di Orlando, nel cuore della Florida. Il padre David adora il soccer, pur non avendoci mai giocato e in qualche modo i suoi quattro figli (due maschi, due femmine, Graham è il secondo) giocano tutti a calcio. La moglie, Shirley, lo asseconda.
Sono o paiono essere una famiglia unita, con una solida educazione, durante la settimana si studia, poi la domenica si indossa l’abito buono e si va a sporcarlo di fango nei campetti di periferia. David Zusi allena la squadra di Meghan, una delle figlie, mentre Mark e Graham si sfidano calciando rigori, all’infinito. La moglie, Shirley, fa degli ottimi biscotti.
Per i piccoli Zusi, i compagni di squadra e spesso anche per gli avversari, il minivan della Volkswagen con cui la famiglia usa spostarsi diventa The Cookie Mobile, il centro di ristoro, il punto di riferimento.
La tradizione va avanti per dodici anni, e nel frattempo Graham, all’età di cinque, è entrato a far parte di una scuola calcio.

L’educazione dei Zusi è assolutamente atipica. In Florida il calcio sostanzialmente non esiste, men che meno negli anni Novanta. Attualmente solo Tampa Bay ha una squadra con un discreto seguito, ma in seconda divisione, Orlando avrà una sua franchigia MLS solo dal 2015, e Miami a data da destinarsi, dietro un’iniziativa di David Beckham.
Difatti Graham è il primo giocatore cresciuto e diplomatosi nell’Orange County a vestire la maglia della USMNT, sigla con cui gli statunitensi definiscono la nazionale maschile di soccer.

Quando gli chiedono dei genitori, Graham risponde «Sono stati fantastici nel fare qualunque cosa servisse. Sono stati molto altruisti.», e usa un aggettivo, unselfish, che etimologicamente è molto più apprezzabile di qualunque possibile traduzione italiana, e in qualche modo, contestualizzato sui propri genitori, lascia intuire la singolarità del personaggio.

Una delle pochissime compilation su Zusi, così vi fate un’idea. Purtroppo non c’è musica tamarra ma i Coldplay. Graham dice di ascoltare “indie-rock”, quindi non so tra le due cosa avrebbe scelto.

Gli anni dell’università
Nonostante avesse calciato il primo pallone qualche minuto dopo aver imparato a camminare, Graham diventa ufficialmente un calciatore professionista solo a ventitré anni, un dato diametralmente distante dagli standard europei (su Messi è già stato scritto tutto, e al momento ne registra ventisei).
In mezzo ci passano i quattro anni di college, esattamente quelli necessari a laurearsi in Criminology and International Terrorism. Graham parla spesso della vita dopo il calcio, dice che ha dedicato gli studi alle strategie antiterroristiche e si immagina su quella strada, che gli piacerebbe lavorare all’estero, che si immagina nel Dipartimento Affari Esteri o nell’Intelligence, che non si immagina dietro una scrivania, magari più come investigatore, magari più alla CIA.

Alla domanda per il college rispondono Wake Forest, in North Carolina, la University of South Florida e la University of Maryland. Graham sceglie quest’ultima, e si trasferisce a College Park dal 2005 al 2008.
Dal 1993 ad oggi l’allenatore dei Terrapins, la squadra della UMD, è Sasho Cirovski, personaggio serbo-canadese discretamente vincente, che come qualunque allenatore nella carriera di Graham Zusi, lo adora.
«Graham è abbastanza semplicemente il calciatore più dotato della nostra squadra. Credo che avrà un anno straordinario. Sarà una delle chiavi per il nostro successo quest’anno», si permette di affermare.
Eppure in quegli anni transita da Maryland un notevole quantitativo di talento, Chris Seitz, Maurice Edu, Robbie Rogers, Casey Townsend, Omar Gonzalez, A.J. DeLaGarza, tutte ottime pick nei successivi draft MLS. Eppure, la chiave è Graham.

Onore a Sasho, poi quell’anno (il 2008) effettivamente i Terps vinceranno il titolo nazionale, come già nel 2005, con Graham che segna in entrambi i turni di semifinale, e segna ancora in finale.
«It was he who made those championships for us. He was the man.», si concederà un nostalgico (e profetico) Cirovski.
Nel Maryland Zusi gioca 89 partite, segna 28 gol, realizza 20 assist, solleva trofei, si laurea.

Se vi piacciono le liste stile Buzzfeed (e non sarò io a giudicarvi, ma Nostro Signore), ecco sette cose fighe che magari non sapevate su Graham Zusi.

Gli anni del sottoscala
Un altro passaggio che contribuisce a definire il personaggio Zusi è il draft MLS del 2009. Graham si presenta a St. Louis, Missouri, da campione NCAA in carica, con un titolo vinto da indiscusso protagonista, he was the man.

With the first pick […] Steve Zakuani.
With the second pick […] Sam Cronin
.
With the third pick […] Omar Gonzalez.

Omar Gonzalez, così come AJ De La Garza, è stato compagno di Graham nei Terrapins. Entrambi sono chiamati prima di Graham, entrambi dai Los Angeles Galaxy, entrambi vinceranno la MLS Cup prima di Graham. Alla fine il nome Gra-ham-Zu-si viene scandito al ventitreesimo tentativo, destinazione Kansas City – che per un ragazzo che arriva dal cuore della Florida, non deve essere esattamente il massimo («Last time I got high I was in Kansas City. And I got high because I was in Kansas City. It was shitty.», impossibile non citare ogni tot Louis CK).
A questo punto, stando alle cronache, la reazione non segue la piega del ‘being livid’ à la Richard Sherman, che sul racconto della sua attesa in un albergo di Las Vegas ci ha romanzato l’episodio pilota della sua carriera da dominatore, per quanto le puntate che seguono siano anche clamorosamente più interessanti.
Come ci si sente, ventitréesimo. «Loro (AJ e Omar) sono straordinari. E io ero solo molto felice di avere un posto.», risponde candidamente Graham quando glielo si chiede.

[Nel primo turno, con la pick numero 8, i Kansas City Wizards hanno optato per un giovane difensore di buone prospettive, nato e cresciuto a Kansas City. Una buona chiamata.]

Nel 2009 i Wizards sono in rifondazione, la pre-season ha inizio con una decina di giocatori nuovi. Graham, il timido criminologo della Florida, incrocia lo sguardo di Matt, il numero 8, il biondo difensore potenziale idolo di casa – entrambi non hanno particolarmente legato con nessuno. Graham trascorre la notte sul divano dei Besler, una bella famiglia con una bella casa. Poi mamma Besler lo vede e gli fa oh, se vuoi fermarti un po’ c’è un letto in cantina, a noi non dispiace, con tre figli maschi, siamo abituati. Dormirà nella cantina dei Besler per tutta la stagione.
Quando parla della famiglia di Matt, Graham dice «La sua famiglia è stata come una famiglia lontana da casa, e sono molto grato per quanto generosi siano stati con me», e qui usa generous, e non unselfish.
I due legano al punto da decidere di condividere un animale domestico. Optano per un incrocio di Labrador, poi terrorizzati dall’idea di potersi un giorno separare, prendono anche la sorella. Graham ha chiamato Baci la sua cagnolina, proprio perché in italiano significa ‘baci’, e lei è una gran baciatrice.

Tre anni dopo, Matt Besler e Graham Zusi sono insieme nell’All-Star Team della Lega e nel Miglior Undici della Lega. Quattro anni dopo vincono insieme il titolo di campioni MLS.
«Se ci avessi chiesto un paio di anni fa se saremmo entrambi stati dove siamo ora, ti avremmo dato del pazzo», dirà Graham a proposito.

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Dall’archivio di Diane Besler. Graham è in pigiama, perfettamente a suo agio.

Gli anni della Nazionale
Il percorso che ha portato Graham Zusi al mondiale brasiliano passa necessariamente attraverso Kansas City, ed è segnato da almeno tre aneddoti che vale la pena raccontare.

Kansas City: Fino al 2011 Graham raccoglie una trentina di partite in due stagioni, con una media di trenta minuti a partita. Nel 2011, con lo stadio nuovo, il logo nuovo, le maglie nuove, nuovo entusiasmo, si impone come titolare, segna 5 gol, serve 7 assist e conduce gli SKC in finale di Conference. A fine anno è eletto Breakout Player of the Year, l’equivalente del Most Improved Player in NBA. Segna gol meravigliosi come questo. Poi anche questo.
L’allenatore è Peter Vermes, che a KC aveva vinto il titolo da allenatore nel 2000. Lo Sporting gioca sempre con il 4-3-3, e Graham gioca interno destro o sinistro del trio di centrocampo, innescando la sovrapposizione dell’ala o provando a tagliare diagonalmente il campo.
Questa è la specialità della casa, con la Nazionale lo si vede spessissimo. Zusi ha la capacità unica di coordinarsi in corsa e calciare ‘a foglia morta’, secco e preciso, disegnando parabole che si depositano meravigliosamente alle spalle della difesa e sui piedi dell’attaccante, qualcosa del genere, ma potrei linkarne a decine.

Il gol del pareggio di Collin in finale che avvicina lo SKC al titolo. L’esecuzione del corner di Zusi è splendida (poi dovrà calciare il quinto rigore, decisivo, e lo sbaglierà, come JT).

USMNT: I/ Il January Camp. Una delle metodiche abitudini di Klinsmann alla guida degli States è il ritiro di Gennaio, poco prima dell’inizio del campionato. Nel 2012 Graham Zusi non è sul taccuino di Klinsmann, ma Landon Donovan ha una serie di fastidi fisici e sceglie di concedersi un anno di pausa dal calcio. Jürgen non gradisce, legge il nome del Breakout dell’anno precedente e lo porta in Arizona.
Zusi non impressiona e ne sembra consapevole («Quando arrivi in nazionale, specialmente se sei l’uomo nuovo, provi a giocare più semplice possibile. Non volevo correre rischi.»), ma da questo momento in poi tra lui e Donovan si crea uno strano dualismo, sostanzialmente per affinità tecniche, ma c’è di più. Zusi è l’homo novus, maturato tardi, in silenzio, in provincia. Donovan è la stella da oltre dieci anni del movimento americano, che adesso gode un sereno declino tra le colline losangeline.
«È così che funziona il mondo. Donovan è stato un grande, un incredibile giocatore, ma arriva il momento che qualcuno nuovo prenda il tuo posto. È successo a me da calciatore, quindi lo so. E adesso è il turno di Graham.», afferma Klinsmann, e la stampa adora.
«I don’t think they’re my shoes to fill», reagisce glaciale Graham, ma ormai il più è fatto. E comunque, Graham convocato per il Brasile, Landon tagliato all’ultimo dai 23, un po’ à la Giuseppe Rossi.

zusidonovan«Una delle decisioni più difficili della mia carriera da allenatore», ha commentato Klinsmann l’esclusione di Donovan. Anche i fotografi americani apprezzano il dualismo.

II/ L’abbraccio del Kansas. Le uniche certezze della Nazionale USA sono la difesa a quattro e due giocatori offensivi (talvolta in linea, talvolta uno a supporto dell’altro, ai Mondiali dovrebbe giocare con il trequartista). Il centrocampo può assumere la forma di un rombo, se ci sono le due punte, della linea a quattro, se si gioca con il trequartista, o talvolta virare verso un 4-3-3 se Dempsey, il trequartista, decide di abbassarsi per sfalsare le linee.
In questo sistema Graham Zusi interpreta perfettamente il ruolo di esterno destro, spesso spostandosi a sinistra invertendo la posizione con l’altro esterno, un movimento che rispecchia perfettamente la mentalità ipercinetica di Klinsmann. Soprattutto, è perfetto in fase difensiva, ha una straordinaria concentrazione che gli permette, ripiegando nella sua area, di individuare e non perdere mai di vista il suo avversario diretto (qui contro il Messico è impressionante, poi Klinsmann lo ringrazierà pubblicamente). È anche fondamentale il suo ruolo in fase di ripartenza, si allarga un tempo prima rispetto al recupero della palla ed è sempre il primo a riceverla, alzando il baricentro degli States.
Della sua (pacata e silenziosa) ascesa nelle gerarchie della Nazionale statunitense, c’è un episodio che mi piace ricordare.
L’11 Ottobre del 2013 gli Stati Uniti giocano una gara di qualificazione contro la Jamaica. Si gioca allo Sporting Park, il nuovo, bellissimo impianto di Kansas City. Al minuto settantacinque Graham recupera un pallone in uscita, apre meravigliosamente verso Bedoya, l’esterno destro, si inserisce per raccogliere al centro e calcia preciso sul secondo palo. Uno a zero.
Lo stadio esplode, e se andate avanti con le immagini il primo giocatore che Graham cerca con lo sguardo, il primo che gli corre incontro per abbracciarlo, è Matt Besler, col numero cinque.
In tribuna c’è la famiglia Besler al completo. Greg, papà di Matt, ricorda ancora con gli occhi lucidi, «Quell’immagine… io la porterò con me per sempre.».

USATSI_7490554Working class heroes.

III/ San Zusi. Il 15 Ottobre del 2013, senza che la notizia facesse troppa eco, il Panama è stato ad un passo dal qualificarsi per il Mondiale brasiliano. O meglio, ad un passo dal playoff contro la Nuova Zelanda, che se non sei l’Italia di Lippi tendenzialmente vuol dire Mondiale brasiliano. Ricordo di aver seguito con un certo interesse il girone di qualificazione CONCACAF in quei giorni, probabilmente mosso da spiacevoli istinti terzomondisti (calcistici). Il Panama ha una maglia bruttissima, tutti ne avremmo imparato i cognomi, tutti avremmo provato a individuare quello che oh dai, questo nella nostra Serie B ci sta proprio bene.
Invece niente, si qualifica El Tri, la nazionale messicana, e sarebbe un peccato che vi raccontassi nei dettagli cosa è successo sostituendomi indebitamente al meraviglioso Christian Martinoli. Il gol al novantaduesimo di Graham Zusi è in realtà un bel gol, e curiosamente il suo primo gol di testa nel mondo dei professionisti.
Si è scritto molto, con toni dalla portata fastidiosa almeno quanto i Frosinone vaffanculo durante Italia-Lussemburgo a Perugia, sul paradosso degli Stati Uniti che regalano gratuitamente la qualificazione al Messico, rivali storici, pare.
Sull’altra faccia della medaglia si colloca il pittoresco comitato di accoglienza che attende Zusi al primo allenamento, due giorni dopo. È composto da un mucchio di tifosi e giornalisti messicani, gli avvolgono una sciarpa tricolor intorno al collo, gli consegnano un sombrero, una bottiglia di tequila Patrón, una stampa di discreta fattura sul cui retro c’è una dedica a nome di migliaia di messicani. Graham reagisce con l’entusiasmo che lo contraddistingue.
Quando gli fanno notare che in termini di diritti televisivi il Messico è stato ad un passo dal perdere circa un miliardo di dollari, risponde «Ho fiducia di ottenere vacanze gratis in Messico a vita». Avrei voluto bere la tequila con lui.

«Estados Unidos nos mete a la reclasificación, ustedes no, ustedes los que están de verde no, ellos sí». Epica contemporanea, immortale Martinoli.

Raising Zusi
Una fortunata collaborazione tra MLS ed Adidas ha prodotto una serie di brevi racconti formato video, MLS Insider. Uno degli episodi è dedicato al processo di crescita di Graham Zusi, tra la sua famiglia e quella adottiva dei Besler – è molto bello e lo trovate qui.
Il video segue un andamento abbastanza regolare, c’è la musica di sottofondo, ci sono molte immagini dell’infanzia di Graham, sono intervistati diversi personaggi importanti, c’è il cugino Bobby che pronuncia frasi come «da bambino improvvisava porte dentro casa, spesso rompeva qualcosa, ogni aspetto della sua vita riguardava il calcio».
L’episodio inizia mostrando una partitella di pre-season dello Sporting Kansas City nella città di Orlando, e ovviamente a bordo campo c’è la famiglia Zusi al completo a tifare per lui.

Durante un allenamento un giornalista si avvicina a Graham per una domanda rituale, una di quelle tra un tempo e l’altro, una di quelle che non ti vale il Pulitzer, qualcosa come «C’è qualsiasi cosa che vuoi raccontare… qualcosa che ricordi di aver fatto su questo campo?».
Sorprendentemente, Zusi rimane in silenzio per diversi, insostenibili secondi. Ha lo sguardo molto serio e fissa il giornalista, «No… no, mi dispiace. Non mi ricordo, mi ricordo solo della squadra. Nulla di individuale.»
Non ci è dato sapere cosa possa aver pensato il giornalista, io ho pensato che sarebbe stato bello se fosse successo a Enrico Varriale.

Qui emerge l’aspetto più complesso, che poi è il tema intorno a cui ruota questo pezzo: il (meraviglioso) personaggio Graham Zusi.
Non è facile interfacciarcisi, leggendo i pareri di chi lo ha conosciuto si ha un po’ la sensazione di quei compiti in classe in cui tutti copiano e il risultato di trascrizione è pietoso. Di fronte al personaggio Zusi, tutti si sentono in dovere di mettere in luce gli stessi aspetti, di ripetere le stesse frasi.
A iniziare dal padre («È molto più a suo agio nel condividere l’attenzione piuttosto che nell’esserne il fulcro.»), e allo stesso modo Sasho Cirovski («Semplicemente non è il tipo di persona preoccupata di nutrire il suo ego.»), e persino il primo impatto di Jürgen Klinsmann, allenatore degli USA, si unisce al filone («Ha avuto qualche esitazione, adesso sta realizzando di poter competere con tutti questi ragazzi, sta realizzando di poter fare certe cose.»).

Il personaggio Zusi è educato, sobrio nei modi, sempre elegante, di poche parole, laureatosi prima di immaginarsi calciatore, e non durante. Contestualmente è uno dei migliori calciatori del suo campionato e della sua nazione, e lo abbiamo scoperto tutti dopo il suo ventisettesimo compleanno.
Io non credo che l’approccio di Graham allo star system sia stato ‘esitante’, è naturale che un ragazzo molto bravo nel fare quello che fa riesca con il tempo, senza troppi patemi, a dimostrare il suo valore. Al massimo è stata ‘esitante’ la stampa nel parlarne, sono stati ‘esitanti’ i dirigenti MLS nel segnarsi il suo nome. È qui che nasce il corto circuito, l’incapacità di valutare, di separare vita sociale e professionale.
Chiunque l’abbia conosciuto ha sentito di dover raccontare prima il comunissimo aspetto caratteriale e poi lo straordinario valore tecnico.
È la sindrome di Zusi, la crisi dei cliché dell’ambiente calcio, che nulla condivide con il contesto esterno, a iniziare dalle regole del mercato, e quindi non riesce più a raccontarlo.

Qui lo intervista la tv della squadra. Se conoscete (e quindi adorate) Jimmy Nielsen, il portiere dello SKC, qui Graham racconta di come canti sempre, anche sotto la doccia, anche Lady Gaga. Una storia bellissima.

Conclusione
Un passaggio di Raising Zusi è particolarmente emozionante. Scorrono alcune immagini di Graham con la maglia dei Maryland Terrapins e la voce è quella di Scott Betsinger, secondo la leggenda l’allenatore che incontra Graham all’età di cinque anni e gli pone per la prima volta davanti un pallone numero cinque, perché con quella tecnica di dribbling già poteva permetterselo.
Al netto delle difficoltà patologiche nell’esprimersi sul personaggio Zusi, Betsinger riesce a riassumere laconico l’analisi più lucida e brillante che sia riuscito a trovare, una one-line da Ridley Scott, da ripetersi la notte sul cuscino: «Ha sempre voluto essere il più forte. E non ha mai detto, “Io diventerò il più forte”. Semplicemente, l’ha fatto… l’ha semplicemente fatto. That’s Graham.» (in inglese rende meglio, giuro). E adesso sì che c’è tutto, il talento, il carattere, la classe.

Una delle poche domande a cui Graham risponde di getto, senza secondi di riflessione, è quella sul giocatore di riferimento. «The French Maestro», risponde sorridendo. «Ho provato a emularlo il più possibile nel mio gioco. Lui ha saputo fare tutto. È stato grande finalizzatore con un grandissimo passaggio.».
Sasho Cirovski ha raccontato un periodo della carriera al college di Graham in cui prima di ogni partita riguardava in loop un video di dieci minuti con le migliori giocate di Zinedine Zidane.
Se si è mai visto giocare Zusi e si dispone in vaga misura del senso della proporzione, il rapporto vale. Quell’idea di eleganza universale, di postura canonica, di comunicazione non verbale, di rapporto intimo con il pallone, di controllo del ritmo e dello spazio, lo riconducono in linea continuativa al maestro francese.

La compatibilità fra l’attitudine ipercinetica degli USA e il tocco etereo di Graham, che dovrebbe partire titolare, rappresenta uno degli aspetti più affascinanti del gruppo G, che comunque contiene i migliori talenti del calcio mondiale e che quindi gli Stati Uniti non hanno chance di passare.
Come perno del centrocampo a stelle e strisce potremmo avere occasione di vedere un altro personaggio interessantissimo, capitano e punto di riferimento del Real Salt Lake, che ha perso proprio in finale contro lo Sporting di Zusi l’ultima MLS CUP: Kyle Beckerman.
Dall’opinione di Beckerman sullo Sporting Kansas City emerge un’altra, la definitiva, descrizione di Graham, del calciatore Zusi e del personaggio Zusi allo stesso tempo. Godetevela, e godiamoci gli States in Brasile.

«Yeah, Kansas City has got a lot of guys who carry the piano. Graham is the guy who plays the music. He’s the piano player.»

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