Mondanità

La verità, vi prego, sul NekNominate

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Del perché il NekNominate sia stato esaltante solo per le redazioni online dei quotidiani, per i quarantenni che hanno scoperto i social, per quelli che benpensano. E del come la mia generazione (quella dei siti Paid To Click) ne abbia approfittato facilmente.
di Francesco Lisanti

Quando penso alle piaghe da social network, ho sempre in mente più un certo tipo di quarantenni, che un certo tipo di sedicenni.
Mio malgrado, una tendenza abbastanza consolidata nel mondo della comunicazione costringe a stare sul pezzo, e il volume di traffico dati che stiamo sprecando per parlare del NekNominate è inevitabilmente destinato a confluire in una serie di considerazioni più o meno interessanti (di cui tra l’altro, sul web pensato e scritto in italiano, non v’è traccia).

Cosa è stato detto: che impazza e dilaga (da capire: come mai qualunque cosa nel quotidiano si avvicini all’idea di moda, nella cronaca necessariamente impazzi e/o dilaghi), che è folle (qui l’aggettivo viene utilizzato tre volte, oltretutto riferito a tre sostantivi differenti), e, soprattutto, che si muore.

Cosa non è stato detto: paradossalmente, anche solo il perché si chiami così. Non è stato dato un riferimento uno (da quale città, da quale strato sociale, da quale cultura sia nato), che non fosse “sul web”.
Per questo – anche, per questo – c’è knowyourmeme, che almeno ci prova.
Ci provo anch’io, in sintesi: forse in Australia, forse a Perth, anche se video simili sono in rete da oltre cinque anni, e il nome è la contrazione di Neck and Nominate (dove “Neck” sta per bere d’un fiato).
Cosa non è stato detto, più di tutto: dove sia il problema. Se nell’alcool, vi è già andata male dopo il 1919.

Non capivamo, ma nel frattempo cercavamo visualizzazioni (ché in Italia, a lanciare il sasso e nascondere la mano, ci vuole davvero poco – esempio, grazie Guia).
E sì che poi chiunque abbia accesso alla rete e alla facoltà di intendere e di volere può facilmente visualizzare per conto proprio, e magari aderirvi. E sì che poi il grande giornalista lo vedi quando non si limita alla mera cronaca (ma che almeno la fornisse).
E sì che poi le regole del gioco, almeno quelle, sono molto semplici.

Quello che trovo invece difficile, da spiegarmi e da spiegare, è il momento in cui subentra la presa di coscienza collettiva, la goffa deiezione della società civile, che di fronte alla foto di un diciannovenne sul divano di casa con del vomito addosso si ritrova a sorprendersi, spaventarsi, empatizzare, whatsappare i propri figli mica l’hai fatto pure tu? (sapessi solo il dramma di lavarle, le federe del divano).

Come se fosse anormale, che due pinte di gin bevute nel giro di due minuti uccidano un essere umano maschio di vent’anni.
Come se fosse normale, riempire le pagine dei quotidiani nazionali con la pietosa retorica del come se fosse normale.
Grazie ai socialnè, abbiamo scoperto che l’alcool uccide. Di cos’altro avremo bisogno di stupirci? Che i cd non si vendano più? Che a Crotone (e a Bergamo no) uno studente su 10 si diplomi con 100? Che ottantamila italiani ogni anno prendano un aereo per scopare in Kenya, Colombia, Thailandia?

Trovo grottesco che gli spettri che tormentano la società civile post-Facebook siano diventati la camera da letto, il divano del salotto, il tavolo della cucina.
Che la viralità, il fil rouge in tensione costante che collega ogni abitazione, ogni personal computer, sia sguaiatamente recepita come un pericolo maggiore, non trasversale. Come se chi ingoia una pinta di cocktail di superalcolici (o una vasca di pesci rossi, à la Jonah Hill) riprendendosi con il cellulare (e lo carichi su youtube), sia poi in imbarazzo a ripetersi all’esterno dell’abitazione, come se accettare una sfida lanciata attraverso uno schermo a chilometri di distanza sia più strettamente vincolante di un drinking game lanciato dal vivo, tra persone fisiche, e perfettamente interagenti, come se Ma’, stasera resto a casa. Ma perché non esci ad ubriacarti con gli amici come si è sempre fatto?

Tale società civile ha scelto di credere troppo allettanti la webcam, le visualizzazioni, il bicchiere del whisky sottratto di nascosto all’armadio del papà ché tanto lo tirate fuori solo a Natale.
Ha scelto che mannaggia quella webcam troppo allettante, altrimenti sarei stata un’ottima madre.
Laddove perfino il Moige e i Papaboys non si sono ancora espressi ufficialmente sull’argomento, ha scelto di combattere il ‘troppo allettante’ imbracciando hashtag, condivisioni, Repubblica.it, virgolettati di santoni della comicità e fittizie associazioni di stampo salutista, nel più divertente e anacronistico malinteso che la rete abbia sviscerato negli ultimi anni.
Dannazione. Troppo allettanti erano i rave, gli squat, i fiumi di persone, suoni, droghe.
Il NekNominate, al più, è un’opportunità. Anche – anche – per uccidersi.

Se è vero che il bisogno di stupirsi è strettamente connesso alla percezione (anche un po’ entusiasta) della novità, allora eccolo il mistero del cado dalle nubi nazionalpopolare.
Ecco, cosa avrebbe dovuto essere detto.
Non «i giovani bevono alcool», non «i giovani bevono alcool, che tra l’altro uccide», ma «i giovani bevono alcool, che tra l’altro uccide, davanti ad una webcam». «Wow».

Al momento di tirare le somme, cosa ci ha insegnato il NekNominate?
I. Che mannaggia gli anni a cercare l’app ideale, il filtro ideale, la posa ideale, e va a finire che parlare davanti alla telecamera ci rende tutti un po’ più spontanei, un po’ più mipiace, un po’ più youtuber.
II. Che il target di utenti di Repubblica.it deve necessariamente essere differente, e soprattutto migliore, di quello di Facebook, o non si giustifica il didascalismo, il dito puntato, l’assenza di risposte.
III. Che il dramma reale non è il web che entra nelle cantine, ma il web che entra nelle redazioni, e minaccia di non uscirne più.

nota a margine: nell’articolo si parla diffusamente di società civile con tono discretamente fastidioso, unicamente allo scopo di riferirsi a tutta una serie di persone e personaggi più o meno influenti, che mi stanno in gran misura sulle palle.
nessuna società civile è stata maltrattata per la realizzazione di questo articolo.

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